lunedì 18 gennaio 2010

Settimana della Memoria 2010

lunedì 25 gennaio 2010
La lezione della storia: la Shoah in Italia
Aula Magna della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Chieti

- ore 9.30 -

Saluto del Prof. Francesco Paolo Ciglia
(Università G. d'Annunzio di Chieti)

Saluto di Matteo Giangrande
(presidente dell'Associazione Culturale Differenze)

- ore 10.00 -

La persecuzione degli ebrei nell'Italia fascista
Prof. Michele Sarfatti
(Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano)

L’internamento nei campi di concentramento
in Abruzzo e nella provincia di Chieti
Prof. Gianni Orecchioni
(Dirigente scolastico Istituto "De Giorgio" di Lanciano)

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martedì 26 gennaio 2010
L’estetica dopo Auschwitz
Auditorium del Rettorato dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti

- ore 10.00 -

Sii gentile, abbi coraggio - per Anna Frank
spettacolo del Teatro del Krak - Ortona
con Alessandra Angelucci,
scrittura scenica e regia di Antonio G. Tucci

- ore 15.00 -

Tavola rotonda
con
Prof. Pietro Montani
(Università La Sapienza di Roma)

Prof.ssa. Alessia Cervini
(Università della Calabria)

Prof. Alessio Scarlato
(Università La Sapienza di Roma)

presiede
Prof. Adriano Ardovino
(Università G. d’Annunzio di Chieti)

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giovedì 28 gennaio 2010
L’eredità e il debito: riflessioni a margine
Aula Magna della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Chieti

- ore 9.30 -

Ricordare. Perché?
Prof. Vittorio Dan Segre
(Istituto di Studi Mediterranei presso l’Università della Svizzera Italiana a Lugano)

I testimoni del non-provato. Ricordare, pensare,
immaginare la Shoah nella terza generazione
Prof.ssa Raffaella Di Castro
(Università della Calabria)

Memoria e testimonianza
Prof.ssa Clara Mucci
(Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara)

presiede
Prof. Giulio Lucchetta
(Università G. d’Annunzio di Chieti)

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venerdì 29 gennaio 2010
Testimonianze
Aula Magna della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Chieti

- ore 9.30 -

saluto del Sindaco di Chieti, dott. Francesco Ricci

Samuel Modiano
(Deportato sopravvissuto nei campi di sterminio)

Il Volontario
Prof. Marco Patricelli
(Università G. d’Annunzio Chieti)

presiede
Prof. Stefano Trinchese
(Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università G. d’Annunzio di Chieti)

[Link all'articolo]

domenica 17 gennaio 2010

"Quale speranza per Haiti?", risposta

Anche questa volta, ho dovuto sostituire le virgolette basse, perché questo blog non le tollera. A queste, che per la maggior parte indicano dei discorsi diretti, ho sostituito (in ogni caso) queste ‘...’. Quando ho riportato stralci di giornale o interi articoli li ho segnati con le virgolette "...". In questo modo, ho cercato di salvaguardare al massimo l'integrità dell'intero scritto.

Camminavo distrattamente lungo un corridoio dell’Università, quando un manifesto dal grande titolo, “QUALE SPERANZA PER HAITI?”, ha richiamato la mia attenzione. In un primo momento, sono stato tentato di andarmene senza approfondire la lettura, quasi colto da un’intuizione, ma poi ho ceduto alla curiosità.
Delle ventitré righe che compongono il manufatto, solo le prime due fanno riferimento esplicito ma vago dell’accaduto. Ne seguono altre due, che c’informano dello stato d’animo dello scrivente (d’ora in poi, mi rivolgerò solo a lui) e, sempre sulla fiducia, di quanti si riconoscono nel documento. A questo punto, l’essenza del manifesto diventa chiara e con essa anche il mandante e l’esecutore. Una domanda (termine, questo, che è un’eco ossessiva di rilevanza fondamentale, quindi esistenziale per alcuni studenti, meno l’atto a cui il termine si riferisce) scritta in grassetto: “Che senso ha quello che è accaduto? Perché devono esserci ancora una volta tanto male e tanta sofferenza?”. Abbasso rapidamente lo sguardo per vedere la firma: Comunione e Liberazione Universitari – Abruzzo.
“A evidenziare – continua – quanto il nostro cuore ferito avverta potentemente tanto dolore, è la grande opera di volontariato che da subito è partita da tutte le parti del mondo […]”.
Umilmente, non riesco a dare un senso logico, ma neanche figurativo o volgare a questa frase, che segue la domanda, come nell’originale. L’istinto di sopravvivenza che ha spinto, su scala mondiale (in questo caso, l’aggettivo si riferisce ovviamente solo alla parte ricca, civilizzata come si suole dire, cioè l’Occidente e forse qualche paese dell’Oriente; la maggior parte degli abitanti del mondo neanche sa dell’accaduto e, se anche lo sapesse e volesse aiutarli, non può che sospirare dicendo: “Questa è la natura…”), al soccorso immediato degli abitanti haitiani avrebbe “evidenziato” la sofferenza del cuore sanguinante dello scrivente o, peggio, la capacità non indifferente di ferirsi il cuore a causa del dolore?
Nonostante tutto quello che si dice, per ridimensionare il valore del contributo degli stati stranieri ad Haiti basterebbe un solo stralcio di un articolo de LaRepubblica (per ora basta uno stralcio): “ 'Ci hanno mandato in questa scuola solo stamattina', racconta Josè Castillo (del team spagnolo dai caschi rossi e gialli, nda), 'anche se ad Haiti ci siamo da mercoledì. Il primo giorno ci hanno tenuto in un commissariato di polizia, sostenendo che dovevano avere ordini precisi su di noi, il secondo giorno ci hanno mandato in un quartiere di ville. Era morto, sepolto sotto le macerie, un amico del presidente di Haiti e dell'ambasciatore svedese: abbiamo fatto un lavoro inutile per ore, mentre a pochi chilometri di distanza potevamo ancora salvare molte vite. Siamo qui dall'alba ma adesso possiamo trovare solo cadaveri'. ”
Poco sopra, ho volutamente parlato d'istinto di sopravvivenza, che non è necessariamente riflessivo, per ridimensionare un po’ il primato filantropico di cui, almeno a livello nominativo, la carità cristiana troppo spesso s’appropria indebitamente; diverso è il discorso sul piano pragmatico…

La parte centrale del manifesto: “Ci accorgiamo però che tale spinta benevola, così giusta e umana, non si potrebbe mantenere senza un orizzonte più ampio del proprio impegno, che permetta all’impegno stesso di durare nonostante le difficoltà e di non spegnersi domani nell’indifferenza delle tante cose che ciascuno ‘deve fare’. Essere cristiani significa aver incontrato una storia di bene che, nonostante tutta la nostra incomprensione dinanzi al male, ci fa essere certi che c’è un bene per tutti, che la vita, la morte e il dolore hanno un significato”.
Perché lo scrivente ha voluto evidenziare al lettore la frase “orizzonte più ampio del proprio impegno”? Che diamine vuole dire? Inoltre, potete anche leggere la vostra storia melensa, ma per non rischiare di ridurla a pura lettura d’evasione, integratela con quella critica della realtà.
Verso la conclusione dello stesso. “L’unico orizzonte adeguato per sostenere l’urto e la ferita che le immagini di giornali e televisioni suscitano, infatti, è che la vita abbia un compito, che ci abiliti a partecipare anche alla ricostruzione di Haiti, rilanciandoci a vivere ogni giorno, ovunque siamo, testimoniando nella vita quotidiana che c’è un disegno buono su di noi e sulla nostra esistenza, che la vita ha un senso, un significato.”. Per lo scrivente la morale di tutta questa brutta storia è questa: la vita e anche il male hanno uno scopo, “un compito”. Ci siamo tolti il peso dallo stomaco…
Nonostante il tentativo sedante, anzi alienante delle parole sopra riportate i quotidiani descrivono tutta un’altra storia. Alcuni stralci: “Con la disperazione cresce la rabbia e migliaia di persone tentano di fuggire da Port-au-Prince in quello che viene descritto come un esodo di massa dalle proporzioni crescenti: ‘Le strade sono impregnate dell'odore di morte. Non stiamo ricevendo alcun aiuto e i nostri bambini non possono vivere come animali’, racconta una donna che cercava di lasciare la capitale con marito e quattro bambini. Convogli di macchine fuggono dalle violenze compiute da bande di saccheggiatori armati di machete, la storica arma dei famigerati Tonton Macoutes, pietre e coltelli. Portano via tutto quello che possono dai negozi e dalle case: vestiti, giocattoli, borse come è successo nel centro di Port-au-Prince. E all'aeroporto si è formata una folla che spera di riuscire ad imbarcarsi su un aereo per sfuggire all'inferno grazie ai loro passaporti (Corriere della Sera).”
“Un elicottero americano è riuscito a portare poche razioni alimentari nel centro della capitale haitiana, ma ha rischiato di provocare vittime tra la folla affamata che si è scatenata, tirando fuori anche coltelli e machete, per cercare di impadronirsi di un po’ di cibo. Lo hanno raccontato testimoni. L'elicottero, secondo quanto riferito, ha gettato una decina di scatole di piccole dimensioni nello stadio. Ogni scatola conteneva una decina di razioni alimentari. Poi l'elicottero è ripartito, rigettando nello sconforto le persone che da martedì notte attendono aiuto. ‘Pensavo che venisse veramente ad aiutarci - ha detto sconsolato un uomo che dorme nello stadio con la famiglia dal giorno del sisma -. Invece non si è nemmeno posato a terra ’. La gente soffre particolarmente per la mancanza d'acqua e la rabbia cresce anche perché gli aiuti della comunità internazionale arrivano con il contagocce, per il disastro delle strade, per il pericolo di violenze e di saccheggi […] (LaRepubblica).”
“Non solo: il sisma ha causato il crollo del carcere della città e ora c'è il timore per le conseguenze che potrà avere il ritorno in libertà di circa 6 mila detenuti, molti dei quali erano stati condannati all'ergastolo per reati gravi, fuggiti dopo che le guardie, a seguito delle scosse, se ne erano andate e avevano lasciato il penitenziario senza sorveglianza. La mancanza di sicurezza è una delle principali fonti di preoccupazione dei team internazionali e delle squadre di soccorso oltre che degli abitanti di Port-au-Prince: anche le operazioni di aiuto alla popolazione potrebbero avvenire in condizioni di scarsissima sicurezza. ‘Tutti i criminali della città adesso sono in giro nelle strade - ha detto un poliziotto in una testimonianza riportata dall'Agi -. Derubano le persone ed è un dramma’. (Corriere della Sera)”
“Tanti, tantissimi morti, con una frequenza impressionante, ogni tre quattro minuti varcano l'entrata della struttura. Là vicino, sui marciapiedi, vi sono alcuni cadaveri abbandonati e alcuni carbonizzati, ancora fumanti. Una scena dell'orrore, resa ancora più raccapricciante dalla totale indifferenza della gente, ormai assuefatta alla morte, che passeggia tra i morti, cercando solo di scansarli. Altri continuano a mangiare con lo sguardo assente quel poco di cibo che sono riusciti a raccogliere nel corso della giornata un pugno di riso bollito e qualche pezzo di pollo.”
“È un'emergenza senza fine, con il governo che latita, gli aiuti che arrivano in modo caotico, dove i più forti prevalgono sui deboli e i più violenti sugli indifesi. Non c'è praticamente polizia nelle strade sterrate che si inerpicano sulle colline, le poche divise che si vedono non ispirano fiducia coi loro volti truci e un modo di fare che non aiuta. ‘Lì sotto da giorni ci sono i nostri figli’, urla disperata Ventrice, donna e madre ancora bambina, maledicendo il governo, “les americains”, gli aiuti che non arrivano mai. ‘È da quattro giorni che chiediamo soccorsi, li sentivamo gridare lì sotto, ma nessuno è arrivato, solo ieri sera è comparsa una jeep dell'Onu. Ma sono andati via perché non avevano gli strumenti adatti’."
“In diversi quartieri la gente esasperata ha dato l'assalto ai pochi negozi aperti, in un povero quartiere l'attacco di un migliaio di persone si è trasformato in una serie di violenze incontrollabili. Gli ospedali che funzionano si contano sulle dita, alle porte i militari in assetto di guerra cercano di frenare il disordine, ma i medici sono talvolta costretti a interrompere il proprio lavoro per gli assalti della gente esasperata. Attorno a una clinica si è sparato, la delinquenza si mischia tra la folla, imponendo la legge del più forte. L'acqua, il cibo e i medicinali valgono oro oggi ad Haiti, gli aiuti sono gratis ma chi se ne appropria non per bisogno improvvisa un mercato nero, spesso sotto gli occhi di una polizia compiacente quando non connivente. (LaRepubblica)”
Da L’Unità: “ ‘Il 60 per cento della popolazione haitiana è sotto il 25 anni, -dice Neri- hanno bisogno di tutto, cibo, medicine, e altri generi di prima necessità. Ma anche di centri di raccolta dove poterli assistere, in attesa dei ricongiungimenti con i parenti, per non cadere nelle mani di malintenzionati, ed essere aiutati a superare il trauma psicologico del terremoto. Le adolescenti rischiano di essere vittime di violenza, sessuale e non solo, molto più di prima. Bisogna fare in modo che non accada'.”

Il messaggio più importante, che avrebbe meritato i tre quarti di tutto il manufatto, è stato compresso in una generica frase (in grassetto!). “Per gli aiuti: martedì dalle ore 10.00 sarà allestito un banchetto raccolta fondi.” Mi trattengo per ora dal farvi notare quanto la vostra misericordia sia ingenua e sembri anche propagandistica, finché non riceverò le risposte ad alcune lecite domande:
- Cosa, secondo voi, è utile donare? Sarebbe sensato, non voglio dire ragionevole, indicare quali prodotti non posso essere accettati: lo yogurt, pur essendo gustoso al palato,si rovina in poco tempo, oltre ad avere un recipiente fragile; merendine, dolci e simili non sono proprio l’ideale per lo stesso motivo; allo stesso modo il cotechino non cucinato a capodanno o l’insaccato della nonna; magari, anche i medicinali non possono essere accettati, per ovvi motivi. Lo scatolame è la scelta migliore… Sarà ovvio, ma basta assistere a un banchetto alimentare o a qualunque raccolta fondi per essere smentiti.
- Una volta selezionata la merce, dove (il luogo) posso trovare il vostro banchetto?
- Infine, se anche riesco a darvi quanto di meglio ho potuto trovare, come pensate di spedire il materiale che raccoglierete? Spero che lo scrivente abbia dimenticato un’informazione così importante nella foga di scrivere questo ben di Dio, altrimenti sarebbe un cretino oppure chi per lui non ci ha pensato. Sulle ali dorate dello Spirito Santo non credo che arriveranno, se teniamo conto che per adesso il traffico aereo dell’isola è seriamente impacciato: “‘Abbiamo bisogno degli aiuti internazionali ma il problema è il coordinamento’, ricordando come in un solo giorno siano arrivati 74 aerei da molti Paesi, congestionandolo, o come un aereo-ospedale francese non sia riuscito ad atterrare, suscitando la protesta, poi rientrata, del governo di Parigi.” (L’Unità e LaRepubblica). Oltre al fatto che “[…]l'aeroporto, in mano ai soldati americani, funziona adesso a pieno regime ma sono loro che decidono le priorità, e questo ha causato frizioni con brasiliani e francesi, dopo che a un cargo transalpino è stato negato il permesso di atterrare. Hanno la precedenza gli aerei ‘ufficiali’, quelli degli Usa, delle Nazioni Unite e delle organizzazioni governative, coordinate da un governo locale che non sa cosa fare e aggiunge insipienza all'incompetenza. Gli aerei cargo arrivano al ritmo di novanta al giorno, ma i camion di aiuti partono per i palazzi ufficiali, la distribuzione di acqua, cibo e medicinali va a rilento, intere zone della capitale non sono ancora state raggiunte. Incompetenza che penalizza le Ong, i volontari che arrivano da ogni parte del mondo perfettamente equipaggiati e che vengono sottoposti a lunghissime attese, a inutili vessazioni, mentre tutto attorno decine di migliaia di persone implorano acqua e fasciature per anziani e bambini. Ieri mattina è stata emblematica. Lungo la pista dell'aeroporto, con i marines schierati mitra in braccio, per ore sono arrivati solo cargo dell'Air Force. Aiuti? No, solo uomini dei servizi di sicurezza, poliziotti di Filadelfia con le uniformi blù, corpi speciali in mimetica. Tutto per attendere l'arrivo di Hillary Clinton, prima annunciato per mezzogiorno, poi posticipato per una imprevista sosta del Segretario di Stato a Portorico. Questioni di sicurezza necessarie ma che cozzano con quanto accade dall'altra parte della strada, dove una fila chilometrica attende il proprio turno per avere un po' di pane dalla ‘cucina viaggiante’ fatta arrivare fin qui dal governo della vicina Repubblica Dominicana. A migliaia si buttano accapigliandosi per prendere il cibo che viene lanciato dagli elicotteri. ” A tal proposito, prego direttamente i Capi di Stato, affinché se ne stiano in casa, concentrandosi e concentrando tutto l’aiuto che possono dare ai soli bisognosi. Sono insopportabili alla vista le fila di soldati utilizzati solo per assicurare la sicurezza di quelli che sono a tutti gli effetti turisti curiosi del macabro: potrebbero impartire i loro ordini da ogni parte del mondo e in ogni momento, senza rischiare la vita e la faccia. Ma do ut des
- Precisamente, parlate di "fondi", quindi raccogliete denaro da devolvere, poi, in beneficienza? Se anche fosse, valgono gli stessi dubbi sopra esposti, che andrebbero chiariti.
Senza uscire troppo fuori tema, è illuminante la proposta del ministro degli Esteri Frattini: ‘Diamo la nostra disponibilità da ora a cancellare il debito che Haiti ha verso l'Italia, sono 40 milioni di euro’. C’è voluto un disastro epocale, qualche centinaia di migliaia di morti e chissà quali ripercussioni in futuro per proporre - senza farlo direttamente – la cancellazione di 40 miserissimi milioni di euro: già Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, aveva avanzato una proposta simile, provocando niente più di balletti e urla ai suoi concerti.
Qualcuno potrebbe rivolgermi la stessa critica che io rivolgo ora allo scrivente: stai strumentalizzando un evento doloroso per altri fini. Sotto un certo aspetto, avresti qualche motivo per farlo, ipotetico criticone. Potresti incalzarmi, chiedendomi: cosa proponi di fare tu? A quel punto sarei costretto alla difensiva e risponderei: ‘Se non si può effettivamente, sostanzialmente, aiutare, evitiamo di agitarci istericamente o di far finta di aiutare; almeno di dire fesserie (me compreso, se sarà il caso). In questo caso, lasciamo agire chi di dovere. Chiediamo piuttosto che ogni Stato faccia(!) tutto ciò che è in suo potere, non ciò che può fare: non vestiamolo pubblicamente con l’abito del benefattore, tirandolo a forza per le maniche. Per noi, sarebbe più umano fermarsi a guardare le immagini che ci propongono e ripensare a quanto non è in nostro potere, per riacquistare quella intimità (che è vicinanza, ma mai identità piena) con i propri limiti. Evocando un’immagine comune oggi, cerchiamo di non rivolgere calorosi e rumorosi applausi alla morte; rispettiamola in silenzio, smettendo la parola, per riflettere.’

Potrei continuare scrivendo le mie personali ragioni, ma immagino che l’autorità conferisca maggiore ragionevolezza alle parole (purtroppo anche quando non dovrebbe) ed io sono tutto fuorché un’autorità, quindi riporterò qualche articolo di giornale o commento che esprime appieno il mio pensiero.

Adriano Sofri scriveva sul LaRepubblica, in data 09/04/2009: “Cadono muri, e lasciano vedere come siamo. Non era nel patto, non c' è stato un casting, non c' erano telecamere pronte. Sono arrivate molto dopo, tutto è arrivato molto dopo. Quelli che hanno fatto in tempo a scappare hanno poi raccontato: ‘Senza scarpe, senza telefonini…’. Avevano ragione, le scarpe sono state sempre la prima cosa nelle guerre. I telefonini sono diventati la prima, nelle paci. Sono crollati i muri, e abbiamo visto un' umanità vera. Non che l' altra non sia vera, quella del casting e delle telecamere perenni, ma questa è un' altra cosa. Basta pensare al significato di una parola come “fratello”, qui e là. Questa è fraterna. Induce a fare un discorsetto sopra lo stato d' animo degli italiani. Mentre la luna andava verso il plenilunio, le notti scorse, si pensava a chi, all' addiaccio o venuto fuori dalle tende, se la vedesse splendere addosso dal suo cielo di rovine. I terremoti tolgono la fede ad alcuni, in altri la rinsaldano. Io non ce l' ho né la rimpiango, ma ricordo mia madre che pregava, e guardo nello schermo persone sedute in cerchio fuori dalla tenda che pregano, e pregherei con loro, se mi chiedessero di farlo. Ma per chi non abbia il conforto o l' illusione della religione, noi abbiamo Leopardi. Anche il sole di Foscolo, finché risplenderà sulle sciagure umane. Ma abbiamo soprattutto Leopardi. Abbiamo la luna. Sappiamo che i cattivi cementieri sono farabutti e sono affar nostro, ma che la natura ci è distrattamente matrigna, e di troppo gran lunga superiore alle nostre forze; e però che la nostra natura, "incontro a questa / Congiunta esser pensando, / Siccome è il vero, ed ordinata in pria/ L' umana compagnia, / Tutti fra sé confederati estima / Gli uomini, e tutti abbraccia / Con vero amor, porgendo / Valida e pronta ed aspettando aita..." Avete sentito, in qualche tg, la vecchia signora che dal suo giaciglio raccontava le gambe spezzate del suo pianoforte e la profanazione dei suoi libri precipitati dagli scaffali e la sua vita dirottata al tramonto? Voci di solito ignote alla tv, improvvisamente sommerse, e riemerse a un microfono importuno a mostrare un' altra Italia. Succede ogni volta. Se ne sono ricordati in tanti, in questi giorni, della Ginestra. Per giunta, i nostri contemporanei pompeiani, contenti dei deserti, più accaniti delle ginestre, non fanno che risalire verso il cratere di un Vesuvio che i vulcanologi auscultano inascoltati. La poesia è la più forte religione civile, per questo è bene imparare a memoria da bambini, per poterla rirecitare da vecchi, come una preghiera, la notte fuori da una tenda: "Che fai tu luna in ciel..." . Gli italiani danno il meglio di sé nell' emergenza, si dice. Lo si dice, da alcuni per congratularsene, da altri per deplorarlo, per rimpiangere un paese normale che sappia vivere fuori dalla febbre del peggio e del meglio. Però forse si dovrebbe aggiungere, oggi, che l' emergenza e i suoi abusi fanno i conti con uno stato del mondo sul quale la campana è suonata già per la terza volta. Se fosse vero che noi, e gli umani in genere - perché quello che è vero per noi è largamente vero per gli altri - fossero capaci di dare il meglio nel mezzo di un disastro e di un allarme, ebbene, è lì che siamo, benché non basti ancora a farcelo sentire vicino com' è. Vuol dire questo, la conversione ‘ecologica’ della politica o delle private abitudini. Nei giorni de L' Aquila si è staccato dall' Antartide un iceberg ‘grande come la Giamaica’, hanno scritto i trafiletti: e siamo andati a controllare quanto è grande la Giamaica, sperando di trovarla più piccola possibile. E la guerra, e le guerre? Lasciatemi dire una cosa. Le persone a L' Aquila, e ancora di più quelli che ci arrivavano da fuori, dicevano: ‘Era come la guerra’, ‘Come un bombardamento a tappeto’. Qualcuno ha osservato che il terremoto fa più paura della guerra, del bombardamento. In Italia le persone che hanno conosciuto una guerra sono ancora molte, ma diventano sempre meno. Qualcuno è andato a vederla in giro per il mondo. Non occorreva andare lontano: per esempio, appena ieri,a mezz' ora di volo dall' Abruzzo. Non so se faccia più paura un terremoto o un bombardamento aereo: gli uomini non fanno che emulare la natura, anche nello spavento. E la terra trema anche sotto le bombe. So che ‘la guerra’ significa che contemporaneamente cento città come L' Aquila sono distrutte come L' Aquila. Pensiero difficile da pensare e sopportare, vero? Nei giorni del terremoto, succedeva che Obama, proprio nella piazza del Castello di Praga, ritrovasse il coraggio di nominare il disarmo nucleare. Una temerarietà, piuttosto: perché la terra è un colossale arsenale nucleare di guerra, e la proliferazione interdetta non fa che crescere, e le parole di Obama erano appena state sbeffeggiate dal lancio semiserio del missile nordcoreano (scherzi che possono fare molto male, però), e India e Pakistan giocano a loro volta con quel fuoco,e l' Iran... Ecco: sono le nostre metafore quotidiane, lo tsunami, la guerra, il terremoto. Poi ci sono le guerre vere, i terremoti veri, gli tsunami veri. Non si può immaginare di vivere in una mobilitazione permanente da tempo di guerra o di terremoto, chi abbia la provvisoria fortuna di esserne risparmiato. La vita reclama i suoi diritti. Ma non si può nemmeno far finta che esista una vita ‘normale’ fatta di ingorghi stradali e Grande Fratello, salvo sospenderla - gli ingorghi no, il Grande Fratello - quando le macerie tracimano. E la politica? La politica campa, vivacchia, o ingrassa, da molto tempo su emergenze di dettaglio o vere a metà, dunque false del tutto. Fa le facce, incarica, rimuove, si pavoneggia, ci scherza su, perfino. La politica seria ha da misurarsi con l' emergenza universale, e non ha bisogno di inventare nuovi strumenti per rilevare il radon predittore: le basta mettere l' orecchio sul suolo, e sentire l' eco di quello che è già successo. P. S. Noi amiamo i bambini e i cani, no? Siamo contenti che i bambini amino i cani. Sappiamo che i cani, quando non siano pervertiti da cattivi maestri, amano i bambini. Avevamo avuto il cuore stretto per i bambini e i cani di Ragusa, abbiamo avuto il cuore stretto per i bambini e i cani dell' Aquila. Sono state due lezioni esemplari.”
Oggi, ci preoccupiamo tanto della loro morte, ma pochi si sono preoccupati della loro vita, in passato o prima del presente. Hanno subìto prima i soprusi del colonialismo francese, poi un periodo di dittatura e, oggi, la violenza del mercato americano che ha distrutto l’agricoltura locale con la sua intensiva, tecnologica e a basso costo. Che forse è la violenza peggiore. Un uomo che guadagna meno di 5 dollari al giorno in quei luoghi è un privilegiato. Da sempre la violenza dilagante delle bande armate indigene che uccidono, saccheggiano, stuprano. I caschi blu che utilizzano il cibo come sedante nei momenti di maggior tensione: come quando il padrone muove la pallina davanti agli occhi del cane eccitato. I bambini del luogo che mangiano “frittelle” di argilla che riempiono lo stomaco, ma non sono per nulla nutrienti. E così via…

Moni Ovadia nel blog che cura su L’Unità scrive: “Le proporzioni apocalittiche dell’immane tragedia che ha percosso senza pietà l’isola di Haiti e la sua gente lasciano senza fiato, sgomenti. Una rabbia impotente ci assale di fronte alla terribile ingiustizia di una natura che colpisce con il vertice della sua brutalità l’indifesa sofferenza dei più poveri, dei vinti. Dalle nostre fibre più intime sorge una ribellione all’idea che qualcuno possa avere la tentazione di appellarsi alle ineffabili ragioni del trascendente. Un terremoto di tale intensità probabilmente travolgerebbe anche le precauzioni antisimiche del più ricco dei Paesi, ma per i poveri che consumano la vita nella tragedia di un esistenza senza dignità e giustizia, la violenza della terra che si scuote come un bufalo impazzito è una violenza doppia perché illumina spietatamente anche la brutalità degli uomini di un potere che impone ai propri simili disperazione, povertà e soggezione. La tragedia provocata dalla natura indifferente alle sofferenze umane provoca un’immediata reazione di solidarietà per le vittime, una solidarietà immediata diffusa, sollecita anche nei più distratti una vocazione ad essere pietosi e generosi. L’identificazione con chi soffre è ineludibile, perché se è vero che la natura matrigna predilige gli ultimi, sa colpire anche i primi, non conosce i privilegi di classe.” Conclude: “Ciò che è frustrante davanti a tanto dolore è che non ci sia la stessa identificazione con l’orrore della morte per fame e per sete di milioni di bimbi che si ripete con puntualità inesorabile ogni anno, forse perché quella tragedia non è provocata dal cinismo della natura ma dalla ferocia di uomini che adorano il dio privilegio i quali riescono sempre a farsi assolvere grazie alla patologia percettiva della massa grigia: pietà davanti alla “spettacolarità” del terremoto, indifferenza per lo stillicidio dello sterminio provocato dai potenti.”

Voglio concludere con un articolo di Massimo Fini pubblicato ieri sul Fatto: “Un paio di anni fa, a Roma, nel popoloso quartiere di Porta Pia, un portinaio che stava pulendo delle vetrate al quarto piano di un palazzo perse l'equilibrio e precipitò sul selciato, morto. La gente che passava aggirava il cadavere oppure disinvoltamente lo scavalcava, badando bene a non inzaccherarsi le scarpe. La settimana scorsa passavo per via Fabio Filzi, a Milano, una strada piena di negozi e di gente. Un uomo era riverso per terra, la testa fra il basello del marciapiede e la strada. La gente passava, guardava e tirava dritto. Lo feci anch'io. Avevo fretta. Ma dopo cinquanta metri mi bloccai. ‘Ma sono diventato pazzo, indifferente a tutto, disumano, solo perché potrei mancare un appuntamento che mi preme?’. Ritornai sui miei passi e mi chinai sull'uomo. Era un ubriaco in coma etilico. Poiché era caduto proprio davanti a un grande magazzino, una Upim mi pare, chiesi alla guardia giurata che vi stazionava davanti se aveva chiamato l'ambulanza. ‘No’ rispose. ‘La chiami’. ‘Non è affar mio’. ‘Come non è affar suo? È affare di tutti’. ‘È solo ubriaco’. ‘Ma non vede che sta male?’. Intanto poiché io mi ero fermato ed ero chino sull'uomo si era formata una piccola folla di curiosi. Ma non faceva nulla, era lì solo per godersi lo spettacolino fuori ordinanza. Quando succedono tragedie come quella dell'Aquila o di Haiti gli italiani sono prontissimi a metter mano al portafoglio. Vespa raccontava l'altra sera che solo attraverso il suo programma aveva raccolto quattro milioni di euro. E anche questa volta, per la ben più lontana Haiti, gli italiani si sono mossi con rapida generosità. C'è un legame fra questi comportamenti apparentemente così contraddittori? Sì. L'uomo ha una capacità limitata di emozionarsi, di soffrire per gli altri, di solidarizzare. Non può farlo per il mondo intero. Invece la Tv globalizzata lo costringe a questo esercizio. Un tempo, poiché non vedevamo nulla, ci importava assai poco di un terremoto ad Haiti, per quanto terrificante. In una bella commedia anni '50, Buonanotte Bettina, Walter Chiari si chiedeva: ‘Se schiaccio un bottone e muore un cinese in Cina ho veramente ucciso qualcuno?’. La distanza contava. Oggi la Tv ha abolito questa distanza. Ma a noi di un terremoto ad Haiti continua a non importarci nulla. Però, poiché, diversamente da Walter Chiari, che non vedeva il cinese ucciso in Cina, ci sentiamo in colpa per questa indifferenza, ci precipitiamo a mandare denaro. Ma questa mitridatizzazione delle emozioni, cui ci costringe la continua sollecitazione dei media, finisce per colpire anche il nostro vicino, colui che potremmo veramente e concretamente aiutare o per il quale potremmo provare un'autentica compassione. Ho vissuto per una decina di anni fra Italia e Svizzera (avevo una fidanzata che abitava a Lugano) e ho potuto notare che gli svizzeri sono instancabili, ancor più degli italiani, nello staccare assegni per qualsiasi calamità che capiti in qualsiasi posto del mondo. Nel periodo in cui ero lì un immigrato italiano, un giorno, prese un kalashnikov e fece fuori, d'un colpo, sei svizzeri (con la sotterranea soddisfazione della comunità italiana di Lugano). Quale il movente? Viveva da vent'anni nella Confederazione e non era riuscito a farsi un solo amico svizzero. La Modernità ha abolito le distanze. Noi siamo in contatto, via Tv o Internet, con il mondo intero. Con tutti e con nessuno. Conosciamo tutti ma non il vicino della porta accanto. Spargiamo la nostra emotività per tutto l'orbe terracqueo ma, al momento del dunque, non siamo in grado di riservarla al vicino, al vero "prossimo", che è colui che possiamo toccare e che, come nota lo psicologo junghiano Luigi Zoja in uno splendido libro, è scomparso dalla nostra vita ("La morte del prossimo", Einaudi).”

Concludo definitivamente con quella che mi sembra una bella notizia oltre che una bella lezione di civiltà per l’Italia con il rigurgito razzista. “Il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha dichiarato oggi di voler favorire il ‘ritorno’ in Africa degli haitiani, offrendo una terra ai discendenti degli schiavi dopo il terribile terremoto che martedì ha colpito l'isola caribica. In un'intervista a radio France Info, Wade ha detto che ‘il ripetersi di calamità naturali mi spinge a proporre una soluzione radicale: ... creare in Africa, con gli africani e con l'Unione Africana (Ua) un luogo dove gli haitiani possano tornare’ ... ‘con un unico viaggio’ o ‘con più viaggi’. ‘Non hanno scelto loro - ha spiegato Wade - di andare in quell'isola e non sarebbe la prima volta che ex schiavi o loro discendenti possono ritornare in Africa. È già successo in Liberia, dove gli ex schiavi si sono integrati con la popolazione locale e hanno formato la Nazione liberiana ... È nostro dovere riconoscere loro il diritto di tornare nella terra dei loro antenati’. Secondo il portavoce del presidente senegalese, Mamadou Bamba, il Senegal è pronto ha offrire terre agli haitiani. ‘Se saranno solo alcune persone - ha detto Bamba - offriremo loro un tetto e un pezzo di terra. Se verranno in massa, daremo loro un'intera regione’. (Corriere della Sera) ”
Loro offrono un rifugio, ospitalità.

Lorenzo Nicolai

N.B. Mi prendo totalmente la responsabilità di quanto ho scritto: non ho espresso ufficialmente la posizione dell’associazione Differenze, neanche ufficiosamente. Se qualche lettore (sia anche associato) vorrà astenersi dalla mia posizione, lo invito a farlo nei commenti, lasciando magari almeno il nome e le sue ragioni. Se, al contrario, volete aggiungere altro, correggere o solamente sottoscrivere, fatelo nelle stesse modalità.

P.S. In data, 19/01/2010, oggi, sono stati distribuiti altri volantini, uguali a quello preso in questione, con l'aggiunta delle coordinate di cui lamentavo l'assenza. Qualcuno avrà letto quanto ho scritto? Ne dubito. Le vie della ragione sono infinite...

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giovedì 3 dicembre 2009

Discussione sopra Roma città aperta

Ricordiamo che cercheremo d'inserire, volta per volta, degli interventi aventi come oggetto alcuni o tutti i film del cineforum "Le scene del potere - Il potere delle scene". Inoltre potremmo ampliare gli interventi già postati in precedenza.

Se si vuole giudicare un film, in questo caso Roma città aperta, cominciando così: “Per me Rossellini …”, si deve tener conto delle parole dello stesso regista, altrimenti l‘interpretazione diventa creativa e personale.
"Hanno detto, scritto e ripetuto in tutti i toni che io ho scoperto una nuova forma di espressione: il neorealismo. E’ certamente vero, poiché, su questo punto, tutti i critici sono d’accordo e nessuno ha mai avuto ragione contro l’opinione generale. Ma io non riesco facilmente a lasciarmi convincere. Questo termine di neorealismo è nato con Roma città aperta. Successo a scoppio ritardato, come le bombe dello stesso nome. Quando fu presentato a Cannes nel 1946, il film passò totalmente inosservato. L’hanno scoperto molto più tardi e inoltre non sono sicuro che abbiano compreso le mie intenzioni. In quell’occasione mi hanno battezzato l’inventore del neorealismo italiano. Che cosa significa? Io non mi sento affatto solidale con i film che si fanno nel mio Paese. Mi sembra evidente che ciascuno possiede il suo proprio realismo e che ciascuno stima che il suo sia il migliore, me compreso. Il mio “neorealismo” personale non è nient’altro che una posizione morale che si può spiegare in tre parole: l’amore del prossimo. “Da un lato c’è Rossellini e dall’altro il cinema italiano”, così ha scritto una volta un critico nei miei riguardi, ed è terribilmente esatto. Io cerco di reagire contro la debolezza che rende gli uomini prigionieri volontari – per non dire vittime – per viltà o incoscienza, del loro desiderio di essere in armonia con tutto e tutti. Per idolatria delle regole noi viviamo nel terrore continuo di diventare l’eccezione, perché siamo abituati ad identificare l’uomo di cui si parla con l’uomo di cui si parla male”.
(Roberto Rossellini, Arts, 16 giugno 1954)
Quanto riportato sopra già basterebbe per ridimensionare tutti i discorsi fatti (subito dopo la visione del film) sulle qualità neorealiste delle riprese, quindi sull’assenza oppure la presenza di qualche messaggio-ideologia sostanzialmente pessimista o ottimista... Tuttavia il regista sembra lamentarsi più che altro – con vena provocatoria - della cecità della critica italiana che ha saputo riconoscere il valore di Roma città aperta, appunto come opera fondamentale del neorealismo (cinematografico) italiano, solo quando già all’estero era un'opera acclamata. Credo che Rossellini non si sia svegliato da un giorno all’altro con la parola “neorealismo” in bocca per poi fare quel che ha fatto. Più sensato è pensare che a una sua esigenza emotiva e intellettuale, comprensibile per i tempi che correvano e per certa cultura che imperversava, abbia fatto seguito, coscientemente, tutto il suo lavoro che, poi, hanno chiamato “neorealismo”. Questo è chiaro.
Lo stesso regista disse: “Mi sono sempre sforzato di dire che per me il neorealismo era solo una posizione morale. La posizione morale era di obbiettivamente mettersi a guardare le cose e di mettere insieme gli elementi che componevano le cose, senza cercare di portarci nessunissimo giudizio. Perché le cose, in sé, hanno il loro giudizio. E siccome io odio tutto ciò che è sopraffazione, questo proprio d’istinto…, questo è stato l’inizio. Poi piano piano queste cose mi si sono profondamente radicate e son diventate molto chiare per me. Cioè, quello che facevo per istinto, poi piano piano l’ho fatto per coscienza. Quando avvenne questo passaggio, è un po’ difficile per me definirlo…”. E ancora: “Io sono continuamente immerso nella ricerca tecnica, perché cerco – sono un operaio – di crearmi uno strumento il più agile possibile. Cerco sempre di arrivare alla matita. Per arrivare alla matita bisogna liberarsi degli schemi e delle necessità produttive del capitale. Una delle prime cose è ridurre i costi di produzione. Per ridurre i costi di produzione, bisogna accelerare i tempi di produzione, bisogna fare a meno di tante cose. Ecco, per esempio, fare a meno delle costruzioni, i non attori… Quello che si è detto a proposito del neorealismo vi posso giurare che è completamente falso. ‘Roma città aperta’, il neorealismo – si è detto – siccome non c’erano i mezzi, allora si sono dovuti adattare ai mezzi di cui disponevano ed è nato il neorealismo, cioè la verità: i muri veri, la gente vera, lo zozzo vero, ecc. No, è stata invece una scelta proprio chiarissima e determinata, perché questo l’ho fatto, ho cercato di farlo e l’ho fatto prima di arrivare a ‘Roma città aperta’. La verità vera è questa: che il rito del cinema si celebrava nel tempio che era il teatro di posa. E il teatro di posa era nelle mani del padrone del teatro di posa, il quale per autorizzarti l’ingresso, ti faceva pagare quello che voleva lui. E allora, siccome si stava con la mania della fotografia assolutamente perfetta e il pan focus e le cosine ecc., io ho rifiutato tutto questo. La cosa per me più importante era di dire le cose che volevo dire.
Il cinema l’ho inteso istintivamente, come mezzo per affrontare la vita reale, quindi per avvicinarci alle cose vere, in un certo campo. Infatti per me il neorealismo era, veramente, una posizione morale e lo sforzo preciso di apprendere: nient’altro che questo. Poi mi sono accorto che il cinema contiene troppa suggestione, ed essendo troppo suggestivo facilmente si mitizza, e si teorizza troppo sui suoi prodotti. Così a mano a mano che questo istinto è diventato più maturo, l’ho razionalizzato, ho cercato anche di razionalizzare le mie azioni. In questo consiste il punto di passaggio tra i due modi di fare il cinema”.
(Roberto Rossellini, in Pio Baldelli, Roberto Rossellini, Samonà e Savelli)
Anche questa è una critica, rivolta ora al mondo del cinema conformista dei “telefoni bianchi” che rappresentava in modo edulcorato i rapporti fra le classi, privilegiando i ceti più ricchi e i loro rapporti con la borghesia, mentre la classe proletaria veniva dimenticata almeno negli ambienti culturali. Forse il rischio più grande era che gli stessi proletari credevano in ciò che vedevano e rincorrevano quelle stesse immagini, strattonando le proprie radici e rischiando, così, di ritrovarsi su di un terreno non adatto. Così come accade oggi, in gran parte, per colpa della televisione commerciale: il borghese (cioè il povero di allora senza averne più i caratteri sostanzialmente) che crede di star bene perché fa propria l’estetica proposta dalla televisione, oppure gli immigrati che rischiano la vita per arrivare in Italia, spinti dal sogno di ricchezza visto solo in tv. Una critica che definisce precisamente l’idea del cinema che aveva Rossellini: il regista, così dicendo, si riappropria del termine “neorealismo”.
“Sono un realizzatore di film, non un esteta, e non credo di sapere indicare con assoluta precisione che cosa sia il realismo. Posso dire però come io lo sento, qual è l’idea che io me ne sono fatta.
Una maggiore curiosità per gli individui. Un bisogno che è proprio dell’uomo moderno, di dire le cose come sono, di rendersi conto della realtà direi in modo spietatamente concreto, conforme a quell’interesse, tipicamente contemporaneo, per i risultati statistici e scientifici. Una sincera necessità, anche, di vedere con umiltà gli uomini quali sono, senza ricorrere allo stratagemma di inventare lo straordinario con la ricerca. Un desiderio, infine, di chiarire se stessi e di non ignorare la realtà qualunque essa sia.
Dare il vero valore a una qualsiasi cosa, significa averne appreso il senso autentico e universale. V’è tuttora chi pensa al realismo come a qualcosa di esteriore, come ad una uscita all’aperto, come ad una contemplazione di stracci e di sofferenze. Il realismo, per me, non è che la forma artistica della verità. Quando la verità è ricostruita, si raggiunge l’espressione. Se è una verità spacciata, se ne sente la falsità e la espressione non è raggiunta.
Oggetto vivo del film realistico è il “mondo”, non la storia, non il racconto. Esso non ha tesi pre-costituite perché nascono da sé. Non ama il superfluo e lo spettacolare, che anzi rifiuta; ma va al sodo. Non si ferma alla superficie, ma cerca i più sottili fili dell’anima. Rifiuta i lenocini e le formule, cerca i motivi che sono dentro ognuno di noi.
Il film realistico è in breve il film che pone e si pone dei problemi: il film che vuol fare ragionare.
Noi ci siamo posti, nel dopoguerra, proprio di fronte a questo impegno. Per noi contava la ricerca della verità. La rispondenza con la realtà. Per i primi registi italiani, detti neorealisti, si è trattato di un vero e proprio atto di coraggio, e questo nessuno può negarlo. Poi, dietro coloro che potrebbero essere definiti come innovatori sono venuti i volgarizzatori: essi sono forse anche più importanti, hanno seminato il neorealismo ad una comprensione più larga. Poi, come è fatale. Arrivano anche i travisamenti e le deviazioni. Ma il neorealismo aveva compiuto ormai buona parte del suo cammino. […]
Con ‘Roma città aperta’ il così detto neorealismo si è rivelato, in modo più impressionante, al mondo. Da allora e dai miei primi documentari, v’è stata una sola, unica linea pur attraverso differenti ricerche. Non ho formule o preconcetti, ma se guardo a ritroso i miei film indubbiamente vi riscontro degli elementi che sono in essi costanti e che vi sono ripetuti non programmaticamente, ma naturalmente. Anzitutto la “coralità”. Il film realistico è in sé corale (i marinai di Nave Bianca contano quanto la popolazione di Roma città aperta, quanto i partigiani di Paisà e i frati del Giullare).
Poi la maniera “documentaria” di osservare e analizzare; quindi il ritorno continuo, anche nella documentazione più stretta, alla “fantasia” poiché nell’uomo v’è una parte che tende al concreto e un’altra che spinge verso l’immaginazione. La prima tendenza non deve soffocare la seconda. In fine la “religiosità”. Nel racconto cinematografico è essenziale “l’attesa”: ogni soluzione nasce dall’attesa. E’ l’attesa che fa vivere, l’attesa che scatena la realtà. L’attesa che, dopo la preparazione, dà la liberazione.”
(Roberto Rossellini, in Retrospettive N. 4, aprile 1953)

M’interessa riprendere l’argomento che ha infervorato tanto gli animi: Rossellini propone un messaggio-ideologia con questo film? Personalmente credo che un messaggio lo voglia dare, altrimenti se ne sarebbe stato a poltrire invece di finire quasi sul lastrico per realizzare le sue opere. Più sensato sarebbe chiedersi: Roma città aperta propone un messaggio-ideologia precisa allo spettatore? Modificando così la domanda ci togliamo dall’imbarazzo, perché un’opera, dal momento in cui è offerta al pubblico, guadagna la sua autonomia dal produttore. Tuttavia si deve tener presente l’origine di quell’opera se non si vuole fraintenderla ma capirla davvero. Quindi cercherò di rispondere alla domanda muovendomi tra le posizioni del regista desunte da stralci di interviste (tra le quali anche quelle sopra riportate) e commenti di critici a lui contemporanei e dal film stesso. In primo luogo, vorrei distinguere i termini messaggio e ideologia: il primo è una proposta di approfondita riflessione su un argomento; il secondo è già l’insieme delle idee e della mentalità proprie di una società o il sistema concettuale alla base di una concezione politica, religiosa ecc. Si può dire che sono due momenti diversi della stessa cosa, il messaggio precede o dovrebbe l’ideologia, la quale logicamente comprende ciò che la precede. Per questo è più facile che sia deviata un’ideologia che un messaggio. Faccio un esempio banale e personale: credo ci sia differenza tra il messaggio cristiano e la Chiesa Cattolica; la Chiesa si basa oramai su un’ideologia che è quella cristiana (se così non fosse, non assisteremmo a tutte le contraddizioni che la contraddistinguono). Ancora, io non credente posso arrivare autonomamente e laicamente al messaggio cristiano di carità aiutando, per esempio, un sofferente; la vedo più dura arrivare a concetti laici partendo da un’ideologia come quella della Chiesa Cattolica: vedi l’atteggiamento della Chiesa nei riguardi del suicidio o dell’eutanasia - cioè situazioni che presuppongono dei sofferenti - casi, questi, presenti nella Bibbia e accettati o almeno non criticati esplicitamente e a volte neanche implicitamente (Sansone, Razis, Raul …). Spero di aver chiarito la distinzione che ho in mente. Ora, se mi è ancora difficile definire il messaggio del regista, più semplice mi è parlare delle ideologie che (presumibilmente) sembrano far muovere il film. Parlerò di queste, perché nella discussione qualcuno ha nominato il marxismo, qualcun altro il cristianesimo (qualcun altro ancora l’ebraismo…).
Nella scena in cui il tipografo Francesco e Pina (Anna Magnani) sono seduti sulle scalinate del palazzo, quando lei parla dei tempi felici che furono e, lui, dei tempi felici che faticosamente saranno, il primo sembra parlare la lingua dei comunisti; è pur vero che egli esplicitamente si distingue dall’amico Ing. Manfredi, perché questo ha studiato… Insomma, a me sembra che l’unico che nel film poteva esser mosso realmente dall’ideologia comunista fa una brutta, ma dignitosa, fine, l’Ing. Manfredi appunto. I più che combattevano contro i fascisti non erano comunisti ma anti-fascisti, che è diverso e anche più naturale. La loro ideologia era la speranza di poter tornare a vivere serenamente come prima, senza ulteriori sofismi. Se proprio si vuole trovare un’ideologia preponderante, va ricercata nella figura di Don Pietro Pellegrini (figura ispirata ad un personaggio realmente esistito: don Luigi Morosini), il quale non era certamente comunista, ma aiutava i bisognosi, sia il partigiano rosso che il nazista pentito. Tuttavia, la sua è una figura forte perché è portatrice del messaggio cristiano di carità, che è sempre anarchico!, ma non di una ideologia cristiana (mi viene da pensare al Sillabo di ottanta “principali errori dell’età nostra”, pubblicato da Pio IX nel 1864, in cui si condannavano oltre al panteismo, razionalismo, liberalismo, indifferentismo, latitudinarismo anche il socialismo e il comunismo - quando ancora si esprime chiaramente su vicende ambigue che riguardano ad esempio l’Olocausto). Per ridimensionare quanto ho detto:
“L’esperienza religiosa non l’ho mai avuta, dico la verità. Logicamente, sono nato in Italia… sono cresciuto italiano, respirando, per forza, un’atmosfera cattolica. E quindi io non rifiuto assolutamente questa radice culturale, perché è una delle mie radici culturali. Ma non ho mai creduto, non ho mai avuto fede. Ho avuto, così, un momento molto drammatico nella mia vita quando ho perso un figlio che aveva nove anni. E allora, lì, logicamente mi sono posto tutte le domande… Mi sembra che per affrontare la morte… c’è bisogno di una dose di eroismo gigantesco. Allora ho cercato disperatamente delle consolazioni. E dove le trovi? Le trovi o nella realtà-realtà, cioè immaginare la vita come un fenomeno biologico di una precisione scientifica ecc., con tutte le sue coordinate; o nell’altro aspetto, che è tutto metafisico. Sono stato in una tempesta, direi enorme, in questo periodo, però mi pare chiaro che ho accettato la parte biologica invece che l’altra parte. E poi… forse, proprio dall’educazione cattolica, cristiana, che ho avuto, mi è nato questo ideale dell’eroe: ossia, rischiare tutto; che mi pare una cosa molto importante. Per me è il rischio, il rischio continuo: cioè non annoiarmi mai: ecco, lo metto in altri termini”(1971)
Per arricchire ancora di più il discorso sulle ideologie: “ Se avete un’idea preconcetta, fate la dimostrazione di una tesi. E’ la violazione della verità, ed è anche la violazione dell’istruzione. Sì, il mio cinema può essere definito un cinema dell’attenzione, della constatazione. Quando guardiamo un essere umano, che cosa abbiamo? La sua intelligenza, il suo desiderio di agire, e poi le sue immense debolezze, la sua povertà. In fin dei conti le cose diventano grandiose proprio per questo… Ciò che è commuovente è la fragilità dell’uomo, non è la sua forza. Nella vita moderna l’uomo ha perduto ogni sentimento eroico della vita. Bisogna ridarglielo, perché l’uomo è un eroe. Ogni uomo è un eroe. La lotta quotidiana è una lotta eroica. Per descrivere questo bisogna partire dal basso…
Bisogna conoscere le cose al di fuori di ogni ideologia. Ogni ideologia è un prisma. Credo che si possa vedere senza uno di questi prismi; se non lo credessi non mi sarei reso la vita così difficile. Il punto di partenza è qui, e può essere giusto o completamente falso: o si ha fiducia nell’uomo o non si ha fiducia nell’uomo. Se si ha fiducia nell’uomo, allora si può pensare l’uomo capace di tutto il bene possibile. Io credo che l’uomo sia capace di tutto il bene possibile, se sa… Ogni ideologia ha del buono e del cattivo; ma essa vi limita nella vostra libertà. E la libertà è il centro e il motore di tutto. Se giungete a una scoperta da liberi è una cosa formidabile; se arrivate ad essere perfetti nel conformismo, ciò non ha nulla di eroico. E ciò che mi preoccupa è di dare questo senso eroico alla vita… Se l’uomo ha una capacità, credo sia questa: la scoperta della morale. Prendiamo Hitler: induce la gente ad obbedire. I suo tedeschi sono nella morale perché obbediscono. Il pericolo diventa gravosissimo. Se l’uomo è capace di fare la scelta, allora diventa uomo. Ma questa scelta deve partire da una libertà totale. Correndo tutti i rischi degli errori, dell’avventura. E anche il rischio di perdersi. E’ in ciò che egli diventa eroico. Che cos’è un santo? E’ colui che ha corso il rischio di perdersi. E’ sempre al limite di perdersi. Un piccolo passo falso può farlo ruzzolare. La sola facoltà che appartiene all’uomo e solo a lui, è la facoltà di giudizio. Tutti gli altri comportamenti dell’uomo li ritrovate presso l’animale, a diversi gradi più o meno sviluppati: l’obbedienza, l’abitudine… L’animale ha delle direzioni che gli vengono dall’istinto o dai tropismi. Si dirige verso le cose che gli sono semplicemente, praticamente, convenienti. La vita non deve essere soltanto un fatto pratico. Oggi si è creato questo mito pragmatico della vita. Che cosa è diventata la morale? E’ questo che è grave. L’eroismo non è mai un fatto individuale. Ogni individuo deve armonizzarsi. Come? Attraverso la tolleranza. E’ una virtù che nasce da una profonda saggezza. Essere tolleranti vuol dire uscire dalla obbedienza per arrivare a qualche cosa che parte dalla vostra coscienza. Ciò che è grave nel mondo d’oggi è che si vive di classificazioni. La classificazione non porta alla conoscenza, quindi non porta a questo bisogno eroico di perfezionarsi”(1966).
Di nuovo, qual è il messaggio che il film propone? Non aspettativi da me una risposta definitoria, e sarà difficile estrapolarla dal regista, oggi.
Sicuramente i fatti così com’erano, dei quali il film è rappresentazione, ci fanno ragionare sulla guerra, quindi sul potere. “Dov’è il potere in questo film?”, chiedeva qualcuno degli spettatori durante la discussione. Non credo sia utile indicarli nel film, né formulare una risposta da dizionario prendendo come base lo stesso. ‘Roma città aperta’ si esprime con una potente forza emotiva, che il documentario non riesce sempre ad avere, oltre a presentare un attenzione per la realtà che spesso i film non hanno: come nella tragedia greca, offre l’occasione per una catarsi e un primo approccio riflessivo di quel periodo storico: offre, quindi, molti spunti per delle riflessioni più ampie sul potere che vanno fatte, senza pretendere, però, di confermale con la pellicola stessa. Per questo non me la sento di azzardare discorsi più seri sul potere, anche perché non credo di poterlo fare ragionevolmente.
Concludo volendo precisare che ho inserito questi stralci di interviste o articoli, senza tagliarli ulteriormente, affinché vi facciate una vostra opinione; non è detto che io sia d’accordo con tutto quello che dice il regista, anzi, come succede spesso, a far parlare un artista fuori dal contesto a lui congeniale si rimane delusi.
Invito, però, coloro che ancora non hanno visto il film di cui ho scritto a vederlo al più presto.

Lorenzo Nicolai

P.S. Il responsabile di questo intervento è il sottoscritto e non direttamente l'associazione: rivolgete a me tutte le correzioni, gli appunti, le critiche, le offese o le minacce... Mi scuso se ci sono errori nel testo o pezzi mancanti, ma ho avuto problemi tecnici: questo blog sembra non sopportare le virgolette basse e il formato Word, quindi ho dovuto formattare il testo e riscrivere tutte le parole contenute nelle virgolette basse che erano misteriosamente venute a mancare, virgolettandole in diverso modo.

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sabato 28 novembre 2009

Trasparenza

In passato abbiamo pubblicato il programma che l’associazione culturale Differenze intendeva realizzare, sotto il titolo di “Programma embrionale”. Ad oggi, quanti eventi sono stati realizzati effettivamente?
Il programma embrionale prevedeva sette eventi:

Incontro con Andrea, responsabile della comunità di recupero "Progetto Vita"

Giordano Bruno

Materia e divenire. Incontro con Carlo Tamagnone e Luciano Terrenato

Cineforum

Settimana della Memoria (dal 25 al 29 gennaio)

Critica al sistema finanziario e nuove proposte per l'economia: microeconomia ed economia della decrescita

Giornata sulla laicità

Di questi: i primi quattro sono stati realizzati con successo.
In corso d’opera il cineforum ha subito, rispetto alla previsione, delle variazioni che l’hanno arricchito maggiormente (spulciate nel blog per trovarle). Ad ogni modo, abbiamo raccolto una più o meno attiva partecipazione da parte degli associati e non: cogliamo l’occasione per ringraziarli tutti. Nondimeno invitiamo cordialmente tutti gli associati che non hanno mai partecipato a farlo: in più occasioni valeva la pena investire un po’ di tempo (ad esempio in occasione dell’intervento della prof.ssa Tirinnanzi, delle due conferenze sulla materia - in particolar modo dell’ultima -, in occasione degli interventi dei professori che seguivano i film…); inoltre solo con il vostro aiuto possiamo migliorare il nostro, nell’angolatura più ampia possibile, operato.

Per mancanza di soldi, non siamo riusciti a realizzare le ultime iniziative; per dirla tutta, non abbiamo neanche presentato i progetti al Consiglio Di Amministrazione dell’Università G. D’Annunzio, perché avevamo buone ragioni per credere che tali proposte non sarebbero state accettate. Ma non è detto che almeno l’incontro con gli esperti di economia non si possa svolgere nel secondo semestre del corrente anno accademico.
La Settimana della Memoria, evento costoso, complesso e importante, è stato presentato al CDA. Dopo mesi ci è stato comunicato che il progetto era stato accettato e che ci avrebbero messo a disposizione dei fondi. In questi giorni, e per altri ancora, lavoreremo per realizzarlo, ma le difficoltà non mancano. Il progetto è sì passato, ma a stento. Ci hanno concesso la metà dei fondi per la sua realizzazione. Sicuramente sono stati presentati progetti più meritevoli dei circa 450.000 euro predisposti per gli eventi culturali: vi invitiamo quindi ad accertarvi man mano delle iniziative che sicuramente i maggiori gruppi studenteschi e culturali (?) presenti all’interno dell’Ateneo realizzeranno con tanto ben di Dio. Nonostante questo, crediamo che riusciremo comunque a realizzare la Settimana della Memoria (ci saranno delle modifiche rispetto al progetto originale, in positivo) che prevede la presenza d'importanti personaggi del panorama culturale italiano.
Insomma ora che il re è nudo, a voi il giudizio…

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venerdì 27 novembre 2009

Roma città aperta - sottotitoli

Come promesso, ecco una traduzione delle ultime sequenze in lingua tedesca (da Roma città aperta, di Roberto Rossellini).

Hartmann: Serata difficile?

SS: Non troppo, ma interessante. Ho un uomo che deve parlare prima dell'alba e un prete che sta pregando per lui. Parlerà.

H: E se non parlasse?

SS: Ridicolo.

H: E se non parlasse?

SS: Allora vorrebbe dire che un italiano vale quanto un tedesco, vorrebbe dire che non c'è differenza tra il sangue di una razza schiava e quello di una razza padrona! [Pausa] E nessuna ragione per questa guerra.

H: Venticinque anni fa comandavo plotoni d'esecuzione in Francia. Ero un giovane ufficiale. Anch'io credevo, a quei tempi, in una "razza padrona" tedesca. Ma anche i patrioti francesi morivano senza parlare. Noi tedeschi rifiutiamo semplicemente di renderci conto che le persone vogliono essere libere.

SS: Siete ubriaco, Hartmann!

H: Sì, sono ubriaco. Mi ubriaco ogni sera per dimenticare...non serve a nulla. Non possiamo far altro che uccidere, uccidere, uccidere! Abbiamo disseminato l'Europa di cadaveri, e da queste tombe si leva un incredibile odio, odio dappertutto! L'odio ci sta consumando...siamo senza speranza...

SS: Questo è troppo!

H: Moriremo tutti...senza speranza...

SS: Vi proibisco di continuare!

H: ...senza speranza...

SS: Dimenticate di essere un ufficiale tedesco!

[Entra un soldato tedesco]

SS: Ha parlato?

Soldato: No. Non abbiamo mai avuto a che fare con uno come lui, finora.

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[Entra la donna tedesca (D)]

D: Te l'ho detto che non sarebbe stato facile.

SS: Il prete, presto!

[Segue un dialogo in italiano. Manfredi muore. Entra Marina]

SS: Portatelo fuori! [Riferito al prete]
Stupidi italiani.
[frase mancante]

D: Te l'ho detto che non sarebbe stato facile.

[Entra il soldato tedesco chiedendo ordini]

SS: Ah, sì, per il verbale...“infarto”.

Soldato: E la ragazza?

SS: E' un affare della signora [riferito alla donna tedesca].

D: Lasciala stare per qualche giorno, e poi...

SS: Vieni cara, ho bisogno di bere qualcosa di forte.

Soldato: Che nome devo scrivere? Manfredi o Ferraris?

SS: Nessuno dei due. Episcopo, Giovanni Episcopo. Non creiamo altri martiri, ne hanno fin troppi.

[La donna raccoglie l'abito della ragazza stesa a terra]

D: per la prossima occasione [potrebbe servire ancora].

Hartmann: ...la razza padrona...

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